INDUTTIVO O DEDUTTIVO?

Deduzione e induzione sono concetti con cui abbiamo familiarizzato accostandoci alla filosofia, in particolare alla logica formale. Sono due concetti che, dopo aver abitato il pensiero prescientifico (Socrate, Platone, Aristotele), hanno continuato a vivere nella riflessione epistemologica fino alla contemporaneità, riflettendosi nella dialettica relativa all’educazione scientifica nella scuola dell’obbligo: qual è la scelta metodologica migliore per affrontare la didattica elementare delle scienze, campo minato o per lo meno scivoloso dove molti docenti tendono a perpetuare lo stile di insegnamento ricevuto negli anni dell’infanzia?

Prima che si chiuda questo corso (sigh!), sarei curiosa di conoscere l’opinione di qualche insegnante di scienze che non lavori esclusivamente sul libro di testo ma si ponga qualche domanda sull’approccio metodologico. Chiedo scusa per l’incursione in un campo che non mi compete e in cui so di essere in deficit, ma come si sa l’insegnante di scuola primaria è obbligato a farsi carico di tutte le discipline al di là delle sue reali competenze. Nei corsi di aggiornamento seguiti fin qui nel nostro istituto (Dott.ssa Bickel per la logica in generale, Paolo Guidoni per le scienze sperimentali) abbiamo imparato a diffidare di un sapere scientifico trasmesso pedestremente col sussidiario, introducendo pratiche sperimentali e laboratoriali per una “presa diretta” dei nostri alunni, non ancora pronti al ragionamento formale e quindi bisognosi di operazioni concrete.

Non intendo qui ripercorrere la storia di queste due idee centrali, storia che racconta il modo in cui l’umanità ha creduto di costruire la ricerca scientifica e matematica. Voglio solo ricordarne le tappe fondamentali (salvo errori od omissioni), tanto per semplificare il discorso e far capire il nodo del problema.

Fin dalle nostre frequentazioni scolastiche della filosofia antica, sappiamo che la logica aristotelica privilegiava il ragionamento deduttivo (sillogismo) e non attribuiva valore di verità all’induzione, che procede per via sensoriale dal particolare all’universale. Solo con l’avvento della scienza moderna (con Bacone, Galileo e poi con Hume e Comte) l’induzione fu accettata come portatrice di un ampliamento di conoscenza utile alla ricerca sperimentale: da una larga messe di osservazioni empiriche si arrivava alla costruzione di una teoria esplicativa dei fenomeni. Ma per avere una piena riabilitazione del valore conoscitivo dell’induzione bisogna aspettare John Stuart Mill (metà ‘800) e poi il Circolo di Vienna rappresentato tra gli altri dai neopositivisti K.Godel e R.Carnap. Molto interessanti le posizioni nettamente sfavorevoli all’induttivo di B.Russell e di K.Popper; quest’ultimo, che introdusse in epistemologia l’indirizzo falsificazionista, osservò giustamente che i nostri schemi mentali tendono a sovrapporsi alla realtà osservata, così che si scambiano per induzioni quelle che in realtà sono deduzioni costruite a priori. Indirizzo non condiviso con le scuole di marca pragmatista e marxista. Ma non mi sento in grado di riferire efficacemente come si sviluppi successivamente, fino ai nostri giorni, il dibattito su deduttivo e induttivo. Dico solo ciò che è evidente: nel corso della storia è molto cambiata la visione di questi due principi, così come sono cambiati i criteri di scientificità e gli strumenti logici, così come c’è stata un’evoluzione delle stesse categorie di pensiero (tempo, spazio, causa…) in un continuo superamento e revisione, anche radicale, delle teorie tradizionalmente più accreditate. Oggi, mi par di capire, induzione e deduzione non sono più messe in relazione con il criterio di verificabilità scientifica, ma sono piuttosto collegate a modi diversi di approccio alla conoscenza.

Che succede a scuola quando si fa scienze? A mio avviso si applica un falso metodo induttivo: si osserva un fenomeno, ci si domanda la causa, si formulano delle ipotesi, che vanno poi verificate (ammesso che la verifica sia da considerarsi tale) e alla fine si traggono le conclusioni (legge generale). Io sono convinta che così non va, perché quasi sempre finisce che: 1) le ipotesi formulate vengono assunte a verità; 2) le leggi generali non vengono mai verificate empiricamente. Infine lo schema di procedimento descritto sopra è assai rigido e contrario allo spirito della vera ricerca che dovrebbe nascere negli alunni.

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3 pensieri su “INDUTTIVO O DEDUTTIVO?

  1. Daniele

    Nonostante io sia un “ragazzo della scuola d’arte” mi permettodi avere opinioni in proposito e penso che ha ragione la “logica dell’esperimento scientifico” come ce la illustra Popper.
    Non tutto Popper. Tra l’altro, anche lui, quando esprime il suo giudizio sul concetto di Utopia, usa “elementi a suffragio presi dalla storia”.

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  2. eddablog Autore articolo

    Sì, Daniele, io ho notato che in sede didattica, per i ragazzi della scuola primaria e grado successivo, è più efficace lavorare direttamente sui materiali, evidentemente perché l’età evolutiva ha bisogno ancora di conoscere attraverso la sensorialità. La manualità è un veicolo potente di conoscenza nell’infanzia e nell’adolescenza e nelle attività artistiche, lo saprai meglio di me, condiziona moltissimo la qualità e la libertà d’espressione. Poi, salendo con l’età, quando è costruito il pensiero astratto, si può adottare tranquillamente il “programma deduttivo” e lo studio formale può abbandonare gli input della didattica concreta. Questo dicono gli studi recenti, la difficoltà è poi calare nella pratica questo dato. Fare pratica laboratoriale in scienze è una delle cose più difficili di questo mondo.
    Complimenti per il tuo blog, è molto bello!

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    1. Luisella

      In molti paesi europei si continua ad usare il metodo induttivo anche con gli studenti delle superiori, perché è un tipo di apprendimento significativo, cosa che difficilmente si può dire della classica lezione frontale.

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